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Interazione dei campi
elettromagnetici non ionizzati con i sistemi biologici

I meccanismi che descrivono l'interazione dei
campi elettromagnetici con la materia biologica costituiscono, insieme
ai risultati della ricerca biologica ed epidemiologica, le basi
scientifiche della protezione dai campi elettromagnetici. Generalmente
si intende per interazione la perturbazione di un equilibrio
preesistente, a causa di uno scambio di energia tra un sistema e
l'ambiente in cui lo stesso è immerso. Le onde elettromagnetiche
interagiscono in vari modi con i sistemi biologici, come cellule,
piante, animali o con l'uomo; e queste interazioni, come gli effetti che
ne possono derivare, dipendono dalle proprietà fisiche dei campi
elettromagnetici incidenti sull'organismo esposto (cioè frequenza e,
quindi, lunghezza d'onda ed energia) e dalle condizioni dell'esposizione
(geometria dell'ambiente, geometria della sorgente di emissione,
distanza da questa, tempo di emissione, etc.): bisogna stare perciò
molto attenti a non accomunare genericamente ed erroneamente, come
spesso avviene sulla stampa quotidiana anche a larga diffusione, gli
effetti delle interazioni dovuti a diverse tipologie di sorgenti. E
questo è proprio uno degli equivoci più comuni generato da termini
come "elettrosmog" o "inquinamento elettromagnetico"
che, a causa della loro genericità, possono indurre il pubblico a
considerare alla stessa stregua qualunque tecnologia o sorgente. Il
rischio connesso all'esposizione a campi elettromagnetici va valutato
quindi in funzione di ogni sorgente di esposizione, che ha le sue
specifiche ed univoche caratteristiche, nonché in funzione delle
condizioni di esposizione e di possibili eventuali interazioni tra
esposizioni concomitanti.
La maggior parte dei tessuti biologici presenta le
caratteristiche tipiche dei materiali dielettrici e dei conduttori.
Pertanto quando un organismo biologico (per esempio un individuo) è
esposto ad un campo elettrico, magnetico e/o elettromagnetico, si
determina un'interazione tra le forze dei campi, le cariche e le
correnti elettriche presenti nei tessuti dell'organismo che sono in
linea di massima dei buoni conduttori. Questo in generale vuol dire che
a lunghezze d'onda molto piccole (frequenze molto alte, ad esempio
quelle dei radar), virtualmente tutta l'energia incidente è assorbita
al livello superficiale dell'organismo. All'aumentare della lunghezza
d'onda, diminuisce la frequenza ed aumenta la capacità della radiazione
di penetrare più profondamente nell'organismo, così che incominciano a
verificarsi meccanismi di interazione all'interno dell'organismo
esposto, con possibilità di generazione di effetti biologici, quali ad
esempio il riscaldamento dei tessuti interessati (effetto diretto ed
immediato generato, ad esempio dalle radiofrequenze ad 30 MHz in poi).
Quando la lunghezza d'onda aumenta ancora (da 10 m in poi, equivalente a
dire che ci si sposta nel range delle basse frequenze) l'energia
che viene assorbita dall'organismo è minore di quella incidente ed il
principale effetto che si genera all'interno di esso è la creazione di
correnti indotte .
Effetti biologici delle radiazioni
non ionizzanti
Nel campo della protezione dai campi
elettromagnetici non ionizzanti si riscontra spesso un uso improprio, e
forse talvolta voluto, dei termini interazione, effetto biologico e
danno. È importante sottolineare che non necessariamente l'interazione
di un'onda elettromagnetica con la materia vivente, pur perturbandone il
suo stato di equilibrio, provoca un effetto biologico, e quest'ultimo
non necessariamente determina un effetto sanitario. Secondo quanto
definito dalla OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) si verifica:
un effetto
biologico quando l'esposizione alle onde elettromagnetiche provoca
qualche variazione fisiologica notevole o rilevabile in un sistema
biologico;
un effetto
di danno alla salute quando l'effetto biologico è al di fuori
dell'intervallo in cui l'organismo può normalmente compensarlo, e ciò
porta a qualche condizione di detrimento della salute.
I meccanismi di adattamento poi sono correlati
a molteplici fattori sia soggettivi, quali l'età, il sesso, lo stato di
salute dell'individuo, il tipo ed il grado di attività del soggetto
esposto; sia ambientali, come temperatura, umidità, contemporanea
presenza di altri agenti nocivi.
Alcuni effetti biologici possono essere
innocui, come ad esempio l'aumento della circolazione sanguigna
conseguente ad un leggero aumento del riscaldamento da parte del sole.
Alcuni effetti possono essere vantaggiosi, come la sensazione di calore
da parte dei raggi diretti del sole in una giornata fredda, o possono
addirittura portare ad effetti positivi per la salute, come nel caso del
sole che aiuta la produzione di vitamina D.
Tuttavia, gli stessi effetti biologici possono
condurre ad effetti nocivi per la salute, come il dolore per le ustioni
solari o addirittura il cancro della pelle, se l'esposizione è
prolungata nel tempo.
Per quanto riguarda i campi elettromagnetici, i
livelli presenti nell'ambiente in genere sono tali da non provocare
nella popolazione esposta alle frequenze ELF (quelle correlate alla
fornitura dell'energia elettrica) effetti diretti acuti, quali l'elettrostimolazione
dei tessuti nervosi, o il riscaldamento dei tessuti generato
dall'esposizione alle radiofrequenze.
Attorno ai possibili rischi per la salute
derivanti dall'esposizione a campi elettromagnetici sono sorte
controversie e polemiche, spesso sviluppatesi fuori da un dibattito
scientifico, trovando alimento sia in una cattiva informazione sia in
numerosi fraintendimenti ed equivoci dei risultati scientifici e dei
principi stessi della ricerca scientifica, cui spesso si richiede di
dimostrare la prova di innocuità di un agente o di una tecnologia,
ancor prima che questi siano utilizzati. Ma questo non è assolutamente
possibile da parte della ricerca scientifica, in quanto nel settore
scientifico, l'assenza di un effetto, a differenza della sua presenza,
non può essere accertata per principio. Inoltre, negli studi
scientifici è sempre intrinsecamente presente un margine di incertezza,
che assume poi particolare importanza nel caso di studi statistici
(quali, ad esempio, quelli epidemiologici) o su sistemi biologici. E
questo non rappresenta un limite degli studi scientifici, ma un valore
degli stessi, in quanto consente di rimettere continuamente in
discussione i dati disponibili per la ricerca di sempre maggiori e più
precise informazioni, che possono consentire l'approfondimento delle
conoscenze.
Un'altra distinzione fondamentale da fare nel
settore degli effetti biologici è quella relativa agli effetti
immediati di natura acuta e deterministica (effetto con presenza di
soglia) e quelli stocastici o a lungo termine, senza presenza di soglia
(classico esempio l'insorgenza del cancro!). È evidente l'importanza di
questa classificazione, in quanto, nel caso ci sia un effetto che si
manifesta soltanto se si superano certi valori dell'entità fisica che
li determina (valore di soglia), la protezione dallo stesso effetto è
molto semplice, dal momento che basta limitare l'esposizione all'agente
nocivo ad un valore inferiore a quello di soglia perché l'effetto
stesso non si verifichi. Nel caso invece di effetti stocastici l'assenza
di un valore, sia pur minimo e al di sotto del quale l'effetto non si
manifesta, fa sì che comunque si riduca il livello di esposizione, ma
non si elimina la probabilità di accadimento dell'effetto stesso, che
si annulla soltanto eliminando totalmente la causa. Questo crea non
pochi problemi nel settore protezionistico, in quanto si richiedono
delle scelte di tipo politico ed amministrativo, basate sia sui
risultati scientifici disponibili sia su valutazioni di natura economica
e sociale e di livello di accettabilità del rischio. Nel settore delle
onde elettromagnetiche non ionizzanti si ha certezza scientifica sugli
effetti di natura deterministica, dovuti all'esposizione
elettromagnetica in ogni range di frequenza, ma non si hanno
purtroppo dati certi sugli effetti di natura stocastica ed a lungo
termine, almeno nel settore delle basse frequenze.
Effetti biologici e sanitari dei
campi elettrici e magnetici a 50-60 Hz
L'azione fondamentale di questi campi sui
sistemi biologici è l'induzione all'interno di questi di campi
elettrici e correnti, la cui intensità, per i livelli di esposizione
ELF presenti nel nostro ambiente, è minore di quella delle correnti
prodotte naturalmente all'interno del corpo.
I campi e le correnti generati nell'organismo
possono provocare una varietà di risposte sul sistema nervoso. Comunque
valori di soglia dell'intensità di corrente di 10 mA (milliampere)/m2
per campi di frequenze da 10 Hz a 1 kHz possono essere stimati
conservativi per deboli effetti sull'attività del sistema nervoso
centrale. Gli studi fino ad ora condotti hanno dimostrato la presenza di
effetti immediati e deterministici, spesso anche di natura transitoria,
dovuti all'esposizione a campi elettrici e magnetici a queste frequenze,
quali ad esempio l'insorgenza di magnetofosfeni o la riduzione del ritmo
cardiaco, osservato durante ed immediatamente dopo l'esposizione alla
combinazione dei campi elettrico e magnetico, la soppressione di
secrezione di melatonina, un ormone collegato ai nostri ritmi
giorno-notte (effetto ancora oggetto di approfondimento); ma è
l'incertezza sulla presenza di eventuali effetti a lungo termine,
collegabili all'esposizione ai campi elettromagnetici a frequenza
estremamente bassa (ELF), in cui rientra la frequenza di rete, che
genera preoccupazione e timore nella popolazione, con tutto quello che
consegue e di cui quasi ogni giorno si apprendono notizie dalla stampa
quotidiana.
Per quanto riguarda la possibile insorgenza di
cancro a seguito di esposizione ai campi ELF, evidenziata per la prima
volta nel 1979 nello studio di Wertheimer e Leeper, nonostante diverse
ricerche abbiano affrontato il tema del rischio cancerogeno, non vi è
ancora alcuna evidenza convincente che l'esposizione a campi ELF
provochi danni diretti alle molecole biologiche, compreso il DNA. È
quindi improbabile che essi possano iniziare il processo di
cancerogenesi. Tuttavia, sono ancora in corso studi per stabilire se
l'esposizione a campi ELF possa influenzare la promozione o la
co-promozione del cancro. Recenti studi su animali non hanno evidenziato
che l'esposizione a campi ELF abbia effetto sull'incidenza di tumori.
Esistono studi (epidemiologici o su animali,
tessuti, colture cellulari) in base ai quali si potrebbe sospettare o
ipotizzare l'esistenza di effetti o patologie riconducibili ad
esposizioni prolungate a campi elettromagnetici di intensità inferiore,
o molto inferiore, ai limiti specificati dalle attuali norme di
sicurezza. Pur tuttavia bisogna tener presente che i margini di
incertezza scientifica, comunque presenti nelle indagini
epidemiologiche, impongono di trovare un equilibrio fra il criterio
dell'efficacia dell'intervento ed il principio cautelativo. Uno degli
stessi autorevoli scienziati, che ha più contribuito alle ricerche
epidemiologiche nel settore, David Savitz, ha sottolineato nel Congresso
mondiale di epidemiologia del 1999 il grado di incertezza degli studi
epidemiologici e gli interrogativi che questa crea negli studiosi. In
particolare egli sostiene che i dati a favore dell'ipotesi di un ruolo
dei campi magnetici nella cancerogenesi indicano coefficienti di rischio
molto bassi e ciò potrebbe essere indice o di un rapporto causa-effetto
molto debole o diluito da errori sistematici nella valutazione delle
esposizioni. Il fatto poi che anche con tutto l'affinamento delle
tecniche e dei protocolli di indagine non abbia portato ad una più
chiara definizione del problema potrebbe essere, sempre secondo Savitz,
un ulteriore elemento di riflessione sull'effettiva esistenza di un
rapporto causa-effetto.
Attualmente, le più autorevoli organizzazioni
ed istituzioni internazionali, quali l'OMS, la ICNIRP (International
Commission on Non Ionizing Radiation Protection), l'ANSI-IEEE (American
National Standard Institute Institute of Electric and Electric
Engineering), che provvedono anche alla promulgazione di standard di
sicurezza, concordano nel ritenere che l'analisi critica complessiva
della letteratura scientifica accreditata esistente non fornisca
evidenze convincenti a sostegno di questi sospetti e di queste ipotesi e
non giustifichi quindi l'adozione di standard di sicurezza più
restrittivi di quelli vigenti. Le stesse istituzioni ammettono che
questa posizione potrà essere rivista qualora emergano nuovi risultati.
Le indagini epidemiologiche non rappresentano
comunque il solo mezzo di studio degli effetti a lungo termine: i loro
risultati se pur importanti, perché direttamente riferiti all'uomo,
devono essere integrati con quelli degli studi su animali e della
ricerca in vitro.
Ed è proprio sulla base di queste valutazioni
di sintesi che nel 1998 un gruppo di lavoro del NIESH (National
Institute of Environmental Health Sciences) degli Stati Uniti, a
conclusione del programma RAPID (Research and Public Information
Dissemination), commissionato dal Congresso americano, dopo aver
esaminato un certo numero di programmi di ricerca, volti a stabilire se
l'esposizione ai campi ELF avesse qualche conseguenza sulla salute umana
ed aver rivisto i risultati usando i criteri della AIRC (Agenzia
Internazionale per la Ricerca sul Cancro), ha concluso che i campi ELF
debbano essere considerati come un "possibile cancerogeno per
l'uomo".
La valutazione degli esperti si basa su una
limitata evidenza epidemiologica di leucemie infantili e di leucemie
linfatiche acute rilevate nei lavoratori esposti per ragioni
professionali, mentre l'evidenza che proviene da studi su animali è
considerata inadeguata.
Poiché altri studi epidemiologici, di cui due
sono risultati completamente negativi, sono stati effettuati dopo il
rapporto del NIESH, nel 2001 sarà avviata congiuntamente dalla OMS e
dalla AIRC un'analisi degli effetti cancerogeni dei campi a frequenza
industriale, che si concluderà nel 2002.
Effetti biologici e sanitari dei
campi ad alta frequenza 410 kHz e 300 GHz
Gli effetti dei campi elettromagnetici ad alta
frequenza sui sistemi biologici e sull'uomo sono oggetto di studio da
circa mezzo secolo e la loro conoscenza è quindi più vasta e
consolidata di quella che si ha nel settore dei campi a bassa frequenza.
Prima di tutto si può certamente affermare che esistono ben noti
effetti acuti di natura deterministica, che sono quelli termici: essi si
manifestano solo in seguito ad un aumento prolungato della temperatura,
superiore ai normali livelli delle variazioni fisiologiche. In pratica,
l'interazione con il campo elettromagnetico esterno provoca all'interno
del sistema esposto un aumento globale o locale di temperatura, cui sono
riconducibili gli effetti che si manifestano.
Un altro effetto in questo range di
frequenza è anche l'induzione di correnti nei sistemi esposti. La
prevalenza dell'uno o dell'altro effetto o la presenza contemporanea di
entrambi è legata alla frequenza della radiazione incidente.
In particolare:
i campi RF al di sopra di 10 GHz vengono
assorbiti dalla superficie della pelle, e pochissima energia penetra nei
tessuti sottostanti. Affinché si verifichino effetti di danno alla
salute, come cataratte oculari e ustioni della pelle, per effetto
dell'esposizione a campi RF al di sopra di 10 GHz, occorrono densità di
potenza superiori a 1000 W/m2. Questi livelli non si riscontrano nella
vita quotidiana. Essi esistono invece nelle immediate vicinanze di radar
di potenza. Le attuali normative di esposizione impediscono la presenza
dell'uomo in queste aree.
I campi RF a frequenza al di sopra di circa 1
MHz e fino a 10 GHz penetrano nei tessuti esposti e provocano
soprattutto riscaldamento, a seguito dell'assorbimento di energia,
facendo muovere ioni e molecole d'acqua entro il mezzo in cui questi si
trovano. La profondità di penetrazione dei campi RF nel tessuto dipende
dalla frequenza del campo ed è maggiore alle frequenze più basse.
Anche bassi livelli di energia RF producono una piccola quantità di
calore, ma questo è smaltito dai normali processi di termoregolazione
del corpo senza che la persona se ne renda conto. La maggior parte degli
effetti nocivi che possono verificarsi a seguito di esposizioni a campi
RF tra 1 MHz e 10 GHz possono essere spiegati come risposta ad un
riscaldamento indotto, che a sua volta dà luogo ad un aumento della
temperatura dei tessuti o del corpo superiore ad 1·C.
Perché si abbia un effetto nocivo per la
salute, come cataratte oculari e ustioni della pelle, in persone esposte
a campi RF entro questo intervallo di frequenza, è necessario che il
valore della potenza assorbita dall'organismo sia almeno di 4 W/kg.
Energie simili si riscontrano a decine di metri di distanza da potenti
antenne FM, che sono installate in cima a torri elevate e rendono queste
aree inaccessibili.
I campi RF di frequenze al di sotto di circa 1
MHz, non producono un riscaldamento significativo, ma inducono
soprattutto correnti e campi elettrici, misurati in termini di densità
di corrente (A/m2) che possono stimolare le cellule di tessuti come
nervi e muscoli. Esistono già all'interno del corpo delle correnti
elettriche , come fattore normale delle reazioni chimiche che fanno
parte della vita. Se i campi RF inducono correnti che superano in misura
significativa il livello di fondo nel corpo, vi è la possibilità di
conseguenze negative per la salute. A valori di densità di correnti
"di fondo" dell'ordine di circa 10 mA/m2 si riscontrano
numerose reazioni chimiche implicate nei processi vitali; valori
superiori a 100 mA/m2 possono interferire con il normale funzionamento
del corpo e provocare contrazioni muscolari involontarie.
Alcuni ricercatori hanno segnalato altri
effetti sul corpo dovuti a esposizioni a campi RF di bassa intensità
presenti negli ambienti di vita. Tuttavia, questi effetti non sono stati
confermati da altri studi di laboratorio, oppure le loro implicazioni
per la salute sono sconosciute. Comunque, questi studi hanno destato
notevoli preoccupazioni in relazione ad un aumento del rischio di
cancro. Ma le attuali evidenze scientifiche, così come affermato dalla
OMS, indicano come improbabile che i campi RF inducano o promuovano
tumori.
Un effetto sicuramente accertato è
l'interferenza elettromagnetica presentata dai campi a radiofrequenza.
In particolare, questo è stato provato per i telefoni mobili, come
molti altri dispositivi elettronici di uso comune, che possono provocare
interferenze elettromagnetiche in altri apparati elettrici. Si deve
quindi prestare molta attenzione quando si usano telefoni mobili in
prossimità di dispositivi elettromedicali sensibili, utilizzati in unità
ospedaliere di terapia intensiva. I telefoni mobili possono, in rari
casi, provocare anche interferenze in altri apparati medicali, come i pacemaker
cardiaci e gli apparecchi acustici. Bisogna tener presente che tutti gli
standard attualmente promulgati non proteggono da queste interferenze e
dal momento che la compatibilità dipende molto dal tipo di questi
dispositivi, gli utilizzatori degli stessi dovrebbero consultare il
proprio medico per stabilire quanto i loro dispositivi siano sensibili a
questi effetti.
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