IL CIBO "VERDE" NON E’ SEMPRE VERDE

La vicenda di "mucca pazza" ha moltiplicato le preoccupazioni dei consumatori per il mangiare sano e genuino, per cui si stanno moltiplicando i marchi di garanzia, gli articoli, le trasmissioni televisive e i convegni sul mangiare sano e genuino e sui cibi "verdi". Non c’è una definizione normativa di cibo verde e, ai termini di legge, la situazione è la seguente.

Prodotti biodinamici, organici, da lotta integrata, eccetera.

Non sono disciplinati da alcuna norma e pertanto ciascuno può dare a questi termini il significato che vuole. La lotta integrata, per esempio, consiste nel ridurre (ma non eliminare) i trattamenti antiparassitari sostituendoli in parte con l’impiego di insetti predatori dei parassiti. Altri termini stanno a indicare l’uso di concimi naturali, la rotazione delle colture o criteri di coltivazione che consentono di ridurre i trattamenti, ma non c’è alcuna disciplina legislativa italiana od europea, né controlli previsti in via normativa.

Etichettatura complementare.

Un conto è scrivere in etichetta "prodotto ottenuto da coltivazioni biodinamiche", un altro dichiarare "questo prodotto non contiene additivi, né coloranti, né residui di antiparassitari" o altre informazioni analoghe. Nel primo caso non c’è alcun significato preciso e il produttore non rischia nulla, nel secondo, se mente, rischia addirittura la reclusione per frode in commercio. Il consumatore in cerca di alimenti genuini, di qualità o non trattati dovrebbe fare più attenzione alle informazioni complementari in etichetta, perché sono ragionevolmente affidabili.

Alimenti biologici.

Per ora, sono gli unici alimenti "verdi" disciplinati da norme comunitarie e nazionali. Possono essere ottenuti da coltivazioni trattate soltanto con antiparassitari blandi e tradizionali come gelatina, lecitina, oli vegetali, piretrine, zolfo, rame, eccetera. Le colture sono sottoposte al controllo di organismi autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole (finora sono 9). Questi i requisiti dai quali il consumatore li può riconoscere:

  • sono contenuti in imballaggi chiusi e recano la scritta "Agricoltura biologica-regime di controllo CE";
  • recano in etichetta il nome dell’organismo di controllo con il codice di autorizzazione ministeriale;
  • riportano nome e indirizzo del produttore, se si tratta di prodotti freschi (contraddistinti dalla lettera "F") e anche del preparatore, se si tratta di prodotti trasformati come marmellate, pasta, biscotti, eccetera (contraddistinti dalla lettera "T").

Recentemente sono state disciplinate le carni biologiche, con eguale etichettatura, ma possono essere vendute anche a taglio. Gli animali devono essere tenuti in allevamenti ove possono pascolare.

Altri marchi. 

Ce ne sono una miriade, ma non disciplinati da norme di legge e sarebbe impossibile elencarli. Molti sono "verdi" con significati diversi. Per esempio, il marchio "Trans fair" indica i prodotti fabbricati nel Terzo mondo senza sfruttamento dei lavoratori, "Dolphin safe" sta sulle scatolette di tonno catturato senza uccidere i delfini che si impigliano nelle reti, "Marin stewardship council" sui pesci e frutti di mare pescati in maniera sostenibile, eccetera.

 

 

 

 

 

 

 

 

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